Arriva Biagio e il resto scompare (o viene “appeso”)

Arriva Biagio e il resto scompare (o viene “appeso”)

Raga, c’è poco da dire: Biagio è di certo il cantautore che fa al caso nostro, folle al punto da far sembrare assolutamente normali le nostre machenesannoglialtriane domande; ecco perché noi, dopo aver ascoltato il suo disco d’esordio “Come farsi appendere con sette semplici canzoni” abbiamo deciso di sottoporlo al nostro solito fuoco incrociato. E lui, di risposta, ha sfoderato le sue armi migliori: ironia intelligente, cinismo divertente e una buona dose di sana, autentica follia geniale.

Ciao Biagio, e benvenuto sulle nostre colonne! Allora, per chi ancora non ti conoscesse regalaci un breve identikit di chi sei, utilizzando solo citazioni delle tue canzoni!

Ciao, sono un ragazzo di Napoli, sottratto troppo presto all’affetto della madre, oggi non mi sono lavato. Ti giuro che ho smesso di farmi le canne, ma d’altro canto so che mi ricapiterà ancora. Già sono entrato in fase paranoia, quindi passiamo alla prossima domanda.

Hai da poco pubblicato un disco d’esordio, e lo hai fatto da totale indipendente. E’ una scelta, la tua, o una necessità? 

Diciamo che ho fatto di necessità virtù, mi sono proposto ad un paio di etichette senza riscuotere molto successo, dunque, dato che credo in me stesso e nel lavoro svolto da me e Stefanelli, ho deciso di autoprodurmi, distribuendomi in maniera indipendente.

Sette canzoni, come il titolo fa intuire, destinate ad essere utilizzate per farsi “appendere”, lasciare… di solito, tutti ci dicono che il motivo per il quale si scrivono canzoni sia esattamente l’opposto! A te, invece, pare che le cose siano andate diversamente: ci racconti come hai scelto il titolo di questo disco?

Come dico in “mamma” “la verità è che so scrivere se son felice o sono triste” ma più che stati d’animo io mi riferirei ad eventi topici. Tutte e sette le canzoni le ho scritte di conseguenza ad eventi traumatici, divertenti o che mi hanno fatto quantomeno pensare. Quanto al titolo lo scelsi perchè per un periodo mi divertivo a leggere tutti quei tutorial che ti promettono un risultato insperato in poche semplici mosse. Da qui la genesi del titolo, pochi semplici brani per lo più accomunati dal tema dell’abbandono e della fatale deriva negativa dei momenti importanti della mia vita.

Tra l’altro, hai lavorato alla produzione del disco con Luca Stefanelli, nome che gli amanti della scena indipendente già conosceranno. Come è nato il rapporto con Luca, e come si è sviluppato il processo di scrittura e produzione del disco?

Luca è un amico decennale, un fratello. 

Il rapporto artistico nacque come una duplice sfida. Per me fu svegliarmi presto la mattina. Per lui fu avere a che fare con me e le mie idee. Il processo di produzione avvenne in una stanzetta con più strumenti musicali che luce, un microfono e qualche Peroni grande.

Tra i brani, mi ha colpito “Quattro Denti”, che sembra un po’ raccontare la vita di tutti noi “autolesionisti” per necessità. Quand’è, secondo te, che una lezione s’impara e smette di farci del male?

Penso che il destino di noi autolesionisti cronici sia quello di non imparare nulla dalle lezioni che la vita ci riserva come affermo in “quattro denti” in maniera scanzonata. In generale penso che sia una cosa piuttosto soggettiva. A me capita che mi autoconvinco di aver imparato una lezione finchè non mi scopro a commettere gli stessi errori di sempre. Prima mi incazzavo, ora ci rido su e la prendo con filosofia, tanto, mi ricapiterà ancora.

La traccia di apertura, invece, parla di un concerto de Le Vibrazioni che pare essersi tinto d’amore lisergico… Sei uno timido, a cui serve sbloccarsi per lanciarsi nelle cose, oppure in realtà hai un carattere piuttosto “arrembante”?

Dipende dalla situazione e dalla quantità di alcool da me ingerito. Di base, comunque, sono un romantico e vivo le relazioni, quantomeno al momento dell’approccio, per di più nella mia testa. Questo tipo di primo contatto mi rende alquanto volubile, almeno all’inizio delle mie storie amorose.

Alla fine sei riuscito a sopravvivere al trasloco, al vivere da solo? Perché in “mamma” sembri aver esitato un po’ prima del grande passo…

Se sono qui vuol dire che 1) sono sopravvissuto 2) non ho più traslocato.

Ilaria Rapa

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